In occasione del ciclo di proiezioni cinematgrafiche del Prof. Di Costanzo oggi ho visto perla prima volta il triller psicologico di
Alfred Hitchcock: "Vertigo", La donna che visse due volte.
La trama
chiede di sorvegliare la moglie Madeleine, che in ricorrenti stati di incoscienza sembra posseduta dallo spirito di Carlotta Valdes, suicida un secolo prima. Il solitario Ferguson, il cui legame con la disegnatrice di moda Midge non va oltre l'amicizia, resta affascinato dall'infelice Madeleine. E quando è costretto a intervenire per salvarla da un tentativo di suicidio in mare, tra i due ha inizio una storia d'amore. Ma un'altra tragedia sconvolge la fragile psiche dell'ex poliziotto: paralizzato da un attacco di vertigini, Ferguson non riesce a impedire a Madeleine di gettarsi da un campanile. Dopo una lunga cura psichiatrica, Ferguson incontra casualmente Judy, sosia perfetta di Madeleine, e cerca ad ogni costo di trasformarla nella donna che lo ossessiona. Ma così facendo, porta alla luce un intrigo diabolico la cui scoperta lo condurrà a un drammatico finale. Vertigo trasporta il romanzo di Boileau e Narcejac dalla Parigi anni Quaranta alla San Francisco anni Cinquanta senza perderne l'atmosfera amara e malinconica. Ma l'unica sostanziale modifica al percorso narrativo costituisce un grave errore nella costruzione della suspense: nel libro lettore e protagonista scoprono insieme la verità all'ultima pagina, mentre nel film un flashback piuttosto forzato anticipa allo spettatore ogni retroscena. Hitchcock cerca di spostare su Judy l'attenzione del pubblico, scordando che il cardine drammatico è il tentativo disperato di Scottie di far rivivere una morta. Sicché anche la conclusione, opera del caso nel film e del protagonista nel libro, risulta piuttosto innaturale. Ciò non ha impedito al film di diventare oggetto di venerazione e di infinite citazioni. Vi ricorrono temi tipicamente hitchcokiani: la paura dell'altezza, un trauma insanabile, l'ambiguità morale dei protagonisti. Lo straordinario effetto "vertigine" (combinazione di carrello indietro e zoom in avanti), il felice incontro del disegnatore Saul Bass e del musicista Bernard Herrmann nei titoli di testa e nella sequenza dell'incubo, il ritmo lento ("contemplativo", scrive Truffaut) della narrazione rimangono memorabili. Kim Novak, perfetta e sensuale nella sua duplice interpretazione, nonostante il regista per quel ruolo volesse inspiegabilmente Vera Miles.Bellissimo film lo consiglio a tutti gli amanti del genere.












